Una donna o una mamma?

Sono una mamma.

Innanzitutto voglio tranquillizzarvi che essere mamma non è una malattia contagiosa, potete starmi accanto come prima senza per questo avere le voglie della maternità.

Questa etichettatura forzata mi sta molto stretta, troppo stretta. Io non sono solo una mamma.

Me ne sono resa conto solo quando lo sono diventata: le donne, quando diventano madri, perdono il loro valore, sono solo madri e basta.

Sono una donna, o meglio sono un essere umano. Ho i miei interessi separati dal mio essere mamma.

Amo leggere. Mi piace vedere film, documentari, trasmissioni televisive. Ho la passione per i social network e se mi seguite anche sugli altri canali (Facebook, twitter, Instagram, Pinterest), non parlo sempre e solo dell’essere mamma. Certo, è una cosa che mi ha sconvolto la vita, come è giusto che sia. Ma non mi sono completamente annullata.

Sono la stessa di prima… anzi, no, non è corretto…

Diventando mamma ho conosciuto i miei limiti e le mie possibilità, scoprendo nuovi lati della mia personalità, e queste nuove sensazioni non stonano affatto con le precedenti.

La gente tende ad inquadrarti dentro un certo stereotipo di madre chioccia che pensa solo al figlio e deve solo vivere per il suo bene. Non è così.

Sento il bisogno di uno spazio per me, sento il bisogno di esprimere il mio essere, che non è solo quello di madre. E il fatto che non condivido la mia vita con voi, non vuol dire che mi sia annullata per mia figlia.

Ho altre preoccupazioni, è vero,  ho altri momenti di gioia che non derivano solo dalle mie passioni, ma anche dagli occhietti dolci della mia piccola.

Ma non vuol dire che non mi potete più parlare!

Molte persone, nella mia (poca) vita sociale reale, hanno cominciato ad ignorarmi, perché ormai sono mamma. Forse pensano che non abbia più i loro interessi, né argomenti di conversazione in comune con loro. Forse hanno paura che mi metta a parlare di 50 sfumature di cacca oppure di 1001 modi per far dormire il tuo bambino for dummies…

È come se diventando madre abbia perso delle cose. Come se improvvisamente diventassi intoccabile. E sono rimasta sola.

Molti miei coetanei non hanno nemmeno la minima intenzione di sposarsi o fare figli, ma non li critico, sono scelte di vita. Come io rispetto le loro, mi aspetterei che loro rispettassero le mie.

(Oh, il rispetto questo sconosciuto)

Invece, vengo isolata, come se fossi portatrice di peste bubbonica.

E non trovo nemmeno molti punti in comune con chi mamma già lo è.

Ci sono certe cateogorie di donne, che diventate madri, diventano rincitrullite.

Passatemi il termine, per favore… rincitrullite, davvero. Come se avessero realizzato tutto nella vita e ora fanno le mamme. La loro vita: finita, dedichiamoci al pargolo, facciamone altri e basta. Organizziamo feste per mamme, per far giocare i bimbi insieme, facciamo fare solo le cose al bambino , solo con mamme…

Io sono fuori anche da questi gruppi. Il motivo mi sfugge, ma penso sia perchè queste mamme sembrano non avere un lavoro, una vita al di fuori dell’essere madri. Quando organizzano compleanni o incontri, sono sempre ad orari pomeridiani, nei quali per me è impossibile andare, perchè lavoro. Anche al nido, sembra che tutte abbiano tempo per fare tutte le attività extra super importanti per lo sviluppo del bebè… dalle 14 alle 16, orari facilissimi per tutti!

E così che mi snobbano: per me è più importante il lavoro che della crescita di mia figlia… è questo che sento quando vedo i loro sguardi su di me. Quando finalmente sono riuscita ad avere un’ora di libera uscita per gentile concessione del grande capo, e oso farmi vedere alle feste, vedo occhi e sorrisi che non fanno altro che sottolineare “oh ma guarda, la snaturata…”.

Lavoro 8/9 ore al giorno, pendolare da una stazione a un’altra, arrivo a casa con la voglia solo di abbracciare la mia piccolina. E giochiamo insieme, io e lei, e mi manca avere la compagnia di un adulto diverso da mio marito.

Vorrei tanto conoscere altre persone, genitore o non genitore, fa lo stesso. Ho bisogno di conoscere altre storie, altre vite, ho bisogno di essere me stessa, ogni parte di me stessa lo richiede.

Come si fa? Mi sento in trappola, una gradevolissima trappola rosa, di cui non posso fare a meno, ma che qualche volta vorrei lasciare, solo per guardare cosa c’è fuori.

Non mi pento di essere diventata mamma, assolutamente. Solo che sento di essere isolata da entrambi i mondi: un mondo fatto di donne impegnate a realizzare i loro sogni, e un altro di mamme impegnate a soddisfare quelli dei loro figli. Devo per forza rientrare in una di queste categorie? Una via di mezzo non esiste?

C’è qualcuno che si sente come me?

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Oh, ma che bel bebè…

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Sono passati 3 mesi dalla nascita della mia polpettina.
3 mesi intensi, di progressi e sorrisi, ma anche di vomitini e notti in bianco.
E capisci che essere madre ti cambia il ruolo nella società.
Ora la gente ti nota.
Un po’ per curiosità, un po’ per fastidio, ma ti nota.
E ti fa domande…

“È un maschietto?”
Certo, vedono una bambolina tutta vestita di rosa, cappello rosa e copertina rosa… il dubbio viene perché ha la carrozzina blu…

“È una femminuccia? ”
Sai, per sicurezza lo chiedono anche se la bambolina è tutta vestita di rosa, cappello rosa e copertina rosa…

“È brava?”
Mi piacerebbe sapere quale è il concetto di bimbo bravo a pochi mesi dalla nascita. Perché devono già tastare il terreno per quando li vedranno correre ai giardinetti? I bimbi di pochi mesi sono tutti bravi, non fanno dispetti… hanno bisogni, quindi è difficile che si lamentino per un capriccio. Il loro capriccio più grande è stare con mamma!

“Dorme?”
È il seguito della domanda sopra, perché se il neonato è bravo, automaticamente dorme e non disturba nessuno.

“Le da il latte Lei?”
Ovviamente sei una brava mamma se lo allatti, altrimenti perché fai figli? Poi però puntualmente ti fanno notare che lo tieni troppo in braccio, che poi prende il vizio…

“Guardi che il cappello è sugli occhi!” Questa mi fa sempre sorridere! A mia figlia piace il cappellino sugli occhi quando dorme. Se glielo tiro su, lei alza la testina finché non riesce a spostarlo di nuovo lì! Così mi sono rassegnata… e puntualmente la gente me lo deve far notare…

“Ma respira?”
È la domanda che mi fanno quando metto la piccolina nella fascia o nel marsupio. È nel suo posto preferito, addosso a mamma.

“Ma così ha caldo!”
Con tono accusatorio, come osi portatelo addosso! Che i bambini soffrono di più il caldo che gli adulti. Già, sono una mamma degenere, che lascio stare mia figlia nel posto che preferisce… e poi la vizio…

Insomma, tutti sconosciuti a dirti qualcosa e a darti consigli non richiesti.
Un sorriso, un saluto e poi chi s’ è visto s’ è visto. Non li incontri più.

In questi 3 mesi ho imparato che essere mamma è dura, che tutti ti diranno qualcosa e quello che farai non va mai bene. O potresti pensarlo… e ti butti giù.
Pensi che le altre mamme siano perfette e più brave di te, che la gente ha ragione, non stai facendo bene… e mille pensieri simili.
Poi, guardo la mia polpetta e le chiedo: “Ma tu, vuoi bene alla tua mamma?”
E mi sorride.
Un sorriso radioso che fa solo a me.
Non so se ha capito la domanda, ma per me è una risposta più che sufficiente.
È piccola, mica scema!  🙂

Hai voluto la carrozzina?

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Quando alle 2 del mattino stai allattando la tua cucciola e ti sale una sorta di disperazione, con il tuo smartphone cerchi su google parole chiave come “neonato non dorme”, “neonato si sveglia ogni ora”, “quanto devo allattare”, “come addormentare neonato”, anche “depressione post partum” e “maternity blues”.
Appaiono tanti siti, leggi tantissimo e scopri che la risposta è quello che continuano a ripeterti mamma, suocera, sorelle e cugine mamme: è una fase, passa.
Non è proprio così rassicurante, perché la fase la stai vivendo adesso, una parola di conforto sarebbe stata più accettabile.
E se invece di parole di conforto, vorresti conoscere le esperienze di altre mamme?
Di mamme umane, reali… sì, perché (e chissà perché) le altre mamme intorno a te hanno bimbi perfetti, che mangiano ad orari spaccati, si addormentano con uno schiocco di dita, dormono tutta la notte e si lavano e cambiano pure da soli.
E continuando a sfogliare tra i risultati di Google, ecco che le trovi: le mamme blogger.
Mamme che raccontano le loro esperienze vere e con quel pizzico di ironia. E leggere le loro avventure ti fa bene, ti senti finalmente una mamma normale e ti tranquillizzi: non sei l’unica.

Ho conosciuto questi blog non solo tramite Santo Google, ma anche al libro “Hai voluto la carrozzina? –  Spunti di sopravvivenza da 15 mamme che pedalano sul web”.
In collaborazione con 15 bloggers, il volume raccoglie le esperienze di queste donne in modo sincero e spiritoso, affrontando le tappe più importanti della vita di mamma, dalla gravidanza all’asilo nido, dell’allattamento allo svezzamento, ai terribili Twos.
L’ho trovato piacevole e confortante, divertente e autentico. E catartico: leggere che altre donne hanno avuto i tuoi stessi pensieri, o anche esperienze simili, fa bene, fa riflettere, e soprattutto tranquillizza.
Una madre ha bisogno di comprensione, di tempo e di tanta pazienza. Ha bisogno di sentire cose reali, non di pseudo storie di bimbi perfetti precisi come orologi.
Perché, diciamo la verità, le mamme mentono agli altri, non vogliono farsi vedere deboli.
Nella nostra società ci sono dei rigidi parametri sull’essere madre e la gente sembra riporre nelle mamme grosse aspettative. Devi allattare al seno, non devi tenerlo in braccio che se no lo vizi, devi tenere il bimbo e insieme essere pure schiava della casa… in pratica, dovresti drogarti!
E sentendo la pressione di tutti, posso capire quelle mamme che con il sorriso forzato dicono che va tutto tutto bene, ma dentro di loro urlano.
Poi c’è chi ha anche il figlio perfetto e va davvero tutto bene… beate loro…
La maggior parte delle mamme hanno comunque bisogno di essere incoraggiate e capite, e nell’era di internet ci si imbatte in queste mamme che raccontano le loro (dis)avventure per cercare conforto e confronto con altre donne che la stanno vivendo.

Il libro ha questo scopo: dire alle neo mamme che possono farcela. Una bella iniziativa e una piacevole lettura, che ci farà sorridere alle 4 del mattino, quando il principino di casa non accenna a riaddormentarsi.
La chiave per sopravvivere è essere ironiche, riderci sopra. È vero, ci sono passate tutte, ma non sei da sola. È questo il messaggio più importante che una neo mamma deve capire.

Per farvi un’idea, vi elenco qui i blog delle mamme che hanno partecipato alla stesura del volumetto:

Paola Maraone: Erounabravamamma.blogspot.com
Luisa Ercoli: mammacattiva.it
Chiara Peri: yenibelqis.splinder.com
Luana Troncanetti: lastaccata.splinder.com
Chiara Trabella: luccioleelanterne.blogspot.com
Chiara Cecilia Santamaria: machedavvero.it
Flavia Rubino: veremamme.it
Silvia Tropea e Serena Nobili: genitoricrescono.it
Veronica Viganò: managerdimestessa.wordpress.com
Silvia Sacchetti: mammaimperfetta.it
Valentina Santandrea: volevofarelarockstar.com
Paola Maria Traspedini: lamargheritaeillappio.blogspot.com
Valentina Aldrovandi: valewanda.wordpress.com
Giuliana Laurita: mammaincorriera.it
Barbara Sgarzi (la curatrice): blimuda.net

Volevo solo ringraziare le mamme blogger… grazie di esserci, perché per più della metà dei miei dubbi di mamma ho trovato una risposta da voi!

Di mamme blogger ce ne sono tantissime. Non credo di aggiugermi a loro, ma capiterà che qualche volta parlerò del mio essere una mamma… strana (la ninna nanna di mia figlia è The Rains of Castamere… ecco, fate le vostre conclusioni).

Maternity Blues

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E’ nata.

Dopo tutte le peripezie e gli sballottamenti che ho vissuto, finalmente è arrivato quel giorno, e quel giorno è nata.

Sentire il suo pianto è stata la gioia più grande… e anche la mia più grande paura.

Tutti ti dicono che è bellissimo, che è emozionante, che è un’esperienza che una donna deve fare nella vita. Tutti ti dicono che sarà la cosa che amerai di più per tutta la vita, che un figlio è amore puro.

Però devono anche dirti che non è facile. Non è rosa e fiori. E’ stress, depressione, agitazione, pianti, sia tuoi che suoi. Perchè nessuno invece ti racconta questo?

Sembra che le altre mamme o sono state fortunate e hanno partorito il figlio perfetto, oppure per una sorta di sadismo non ti dicono nulla, perché pure tu devi soffrire, per essere una vera madre.  Un po’ come la questione tra parto naturale e parto cesareo o con la peridurale. Se decidi di non soffrire, ti guardano come se non fossi degna di diventare madre… un po’ come la questione allattamento al seno sì o no, se non allatti al seno ti giudicano male… tanto, alla fine, qualsiasi cosa tu faccia, gli altri avranno sempre qualcosa di cui rimproverarti. Facile parlare a caso, difficile parlare sinceramente.

Nessuno ti dice che non dormirai più 8 ore consecutive. No, quel frugolo che prima era dentro la tua pancia ti sveglierà urlando che ha fame e tu devi obbedire, tirare fuori la tetta o scaldare subito il biberon per assecondare i suoi bisogni. E magari un giorno piangerà tutta la notte, senza motivo. E tu non sai cosa fare: piange per fame? Piange per coccole? Perchè piangi? Shhh shhh… E crolli, piangi, vorresti avere una mano, ma a chi chiedi? Tuo marito ti guarda perplesso, vorrebbe aiutarti ma se allatti con il tuo latte non può fare niente che distrarlo, ma pure lui è sotto pressione, vedere te in quello stato e il bebè che si dispera.

Ti senti sola, a chi chiedere? Se chiedi aiuto, ti rispondono: E’ una fase, passa. Ok, ma io sono qui che non so se la passerò, non so nemmeno cosa farò nel giro di 5 minuti, perché Sua Maestà forse dorme per un’ora, o forse per 5 minuti.

Non puoi più prenderti tempo per te, per sistemare casa, per fare la spesa… no, sei completamente a disposizione di quel frugolo. Ti chiedi: Ma chi me l’ha fatto fare? E poi lo prendi, lo guardi negli occhi e piangi perché hai pensato le peggio cose, quando lui è così piccolo e indifeso, e vuole solo la sua mamma. E ti senti una pessima madre, che non meriti quel bimbo, non meriti quello sguardo. E piangi ancora.

Perché queste cose non le dicono? Ci vorrebbe un corso post-partum obbligatorio per le mamme, per gestire l’allattamento e il grande cambiamento. E invece ti pompano con il dolore del parto, con l’allattamento a richiesta, con respirazione, quando in realtà la parte più difficile arriva dopo la nascita. Perché non ti dicono la verità?

Puoi sentirti male, puoi sentire il bisogno di piangere, perché gli ormoni sono in subbuglio, il tuo corpo subisce un altro cambiamento, perché deve ritornare più o meno come prima. Non ti raccontano del maternity blues, che devi parlare, non devi chiuderti in te stessa, altrimenti crolli e cadi nella depressione più totale.

Potrai anche essere forte e magari tutte queste brutte sensazioni non le sentirai, buon per te. Ma nessuno sa come ci si sentirà dopo che il bebè sarà fuori dalla pancia, quindi meglio informarsi su cosa può accadere dopo. Può capitare a tutte, improvvisamente: credevi di essere forte e invece vedi il mondo crollare, tutte le tue certezze e la tua routine sparire improvvisamente. Devi riorganizzarti, tu, il tuo compagno e il tuo bambino. Ora siamo in tre, non più in due.
E’ una grossa rivoluzione della vita, e non sei mai preparata abbastanza per affrontarla. Non sottovalutare mai che potresti aver bisogno di aiuto.
Non nascondiamo che potrebbero esserci problemi. Invece di pomparci sui lati positivi, sarebbe meglio far conoscere l’altro lato della maternità, quello scuro, che ti fa sentire una madre inadeguata.
La paura più grande è quella di non fare bene le cose, di far del male al bebè…
A volte basta solo qualche parola di conforto, un aiuto concreto, del tipo fare la spesa, da mangiare, le pulizie. La neo mamma deve stare tranquilla. Non dovrebbero nemmeno chiamarla dal lavoro… non mettetele fretta, datele tempo.
Viviamo in un paese dove si crede che dopo i tre mesi il bambino sia autosufficiente e la madre carica e pimpante per tornare al lavoro. Non è così. Difficile da far capire agli altri, soprattutto gli uomini.
Un figlio non è una penalizzazione della donna, è un atto d’amore che le dà forza. Un figlio cambia profondamente tutto, ma come tutti i cambiamenti c’è bisogno di tempo per metabolizzare.

Quello che abbiamo bisogno, noi neo mamme, è solo comprensione, solidarietà e tanta, tanta pazienza.
Non demonizzateci, capiteci, dateci tempo.
Ne usciremo più forti di prima.

Ps: avevo iniziato a scrivere questo post qualche giorno dopo la nascita, ma essere mamma è un’esperienza che ti cattura completamente… ed è passato già un mese! In poco tempo cambiano tante cose… e capisci che l’importante è stare con la tua piccola meravigliosa creatura.

Sfogo pre-parto – Secondo tempo

Nel mio post precedente mi ero sfogata su qualche luogo comune sulla gravidanza che si leggono spesso nei siti dedicati alla preparazione di questo bellissimo evento.

Volevo innanzitutto ringraziare le persone che mi hanno mostrato la solidarietà verso lo stress che sto subendo in questi giorni. La loro vicinanza mi ha fatto capire che non siamo soli, che basta confidarsi e ricevere il calore umano di cui avevamo bisogno. Grazie mille! Mi dispiace aver fatto preoccupare tante persone. Sono abituata a tenermi tutto dentro, ma ho capito che a volte condividere i propri dubbi e paure possono fare bene. La vera forza sta nel riconoscere anche i propri limiti e affidarsi agli altri quando si capisce che non si riesce a fare tutto da soli.

Mi voglio concentrare solo su due fonti di stress che possono accadere in gravidanza. Ovviamente sono mie opinioni personali, non detto legge. Magari qualche mamma ha trovato stress in altre cose…
Se si è fortunati ad essere seguiti da persone competenti, tenetevele strette!

– Problemi burocratici: le pratiche per la maternità in teoria dovrebbero essere semplici e chiare. Ora è possibile fare tutto on line senza recarsi presso gli sportelli. Però ovviamente devi informarti da solo, provi a chiedere un consiglio ai call center competenti e te ne danno tre diversi tutti discordanti. Fai le carte secondo le loro istruzioni, e poi scopri che come ti hanno detto non va bene, e via, a rifare di nuovo le carte. Che poi, le famose agevolazioni da mamma, alla fine, si concentrano solo per il periodo della gravidanza… vogliamo parlare del dopo parto? Del fatto che ti danno solo 3 mesi per abituare il piccolo a non star più attaccato a te, perché tu devi tornare a lavorare. Certo, puoi rimanere a casa, con uno sputo dello stipendio, con cui non ci paghi nemmeno i pannolini. Mi chiedo perché in Italia una mamma debba essere considerata un peso e non una risorsa nel mondo del lavoro… ma in generale la donna in sé, con il suo grande dono di portare la vita viene in tutti i modi sminuita, invece di essere incoraggiata a crearsi una famiglia. Se si creassero le condizioni per poter mantenere sia il posto di lavoro che un posto in famiglia con il piccolo non si avrebbero tanti abbandoni nel lavoro. E’ possibile conciliare tutto, solo che devono crearne le soluzioni: iscrizioni agli asili più facili, possibilità di fare il part-time o un orario flessibile, agevolare la creazione di asili aziendali… Proposte ce ne sono sempre state, ma ovviamente tutti guardano il proprio interesse, e quindi se ne fregano di creare un luogo di lavoro accogliente. Devi lavorare e basta, il resto della tua vita non conta. Che bella prospettiva!

– Problemi medici: Eh sì, possono capitare. Se sei in gravidanza, dicono che devi cercare di fare più riposo possibile. Ma come fai, che ti devi sballottare a destra e sinistra e sentire pareri di medici discordanti? A volte è vero che meno sai, meglio vivi. Facciamo un esempio. Uno si affida a uno specialista, ginecologo A, che per quanto possa essere un po’ allarmato per certe cose, spiega le sue motivazioni, ti fa fare una valanga di esami aggiuntivi, il tutto per scrupolo, per controllare che tu e il bambino stiate bene, anzi no, benissimo. Ginecologo A lo fa ovviamente per il tuo bene, anche se devi sbatterti da un ospedale all’altro, se devi donare litri di sangue e urine alla scienza… Vuole solo essere sicuro che quella cara cosina nella pancia stia crescendo sana. Poi scopri che ci sono piccole complicazioni agli occhi… allora vai da un oculista A che ti tratta come una deficiente e non si pronuncia sulla questione. Quindi, piena di rabbia e stress, vai da oculista B che ti controlla di nuovo e ti consiglia un cesareo. Bon, vai dal ginecologo A con referto e vista la situazione è d’accordo per un cesareo pure lui. Inoltre vede che ci sono dei valori un po’ bassi, e che forse la cosina in pancia ha un po’ troppa fretta di nascere, quindi per sicurezza un cesareo è la soluzione migliore per mamma e bebè. Così vai presso l’ospedale che avevi scelto, con tutta la tua pappardella di esami e referti, con un po’ di timore e ansia, in fondo si programma un’operazione… Peccato che l’ok per procedere lo deve dare ginecologo B che dice che ginecologo A ha sbagliato tutto e che non ci sono le condizioni per un cesareo, cercando di convincerti che non è vero, gli occhi reggeranno, non ci sono prove scientifiche e i protocolli sono quelli. Così ritorni da ginecologo A che ovviamente non è d’accordo… E tu ti ritrovi in mezzo a tutti questi specialisti che sono bravissimi a parlare e che mostrano tanti studi medici mondiali senza capire che magari tu nel mezzo stai male, piangi, hai gli attacchi di depressione, che, si sa, fanno malissimo alla cosina in pancia… e loro a litigare tra luminari. Perché in Italia sembra che la cosa più importante sia salvare la reputazione del medico curante e risparmiare soldi, mica preservare la salute di due persone.
E in tutto questo, manca la cosa fondamentale dell’essere umano: il rispetto.

E come essere umano, dopo tutta questa riflessione, sono avvilita, distrutta e molto provata. In mezzo a tutta questa situazione ci sta rimettendo solo quella piccola vita in pancia.

Mi sento uno schifo, perché non sono in grado di proteggere la mia bimba da questi problemi, perché vorrei che quando nascerà possa trovare in me il sostegno e la forza di affrontare tutto quanto, ma se già in queste condizioni non riesco a farlo, mi domando come farà a sopportare le cose in futuro…

E’ così che mi chiudo in me stessa, mi nego a tutti perché non voglio far stressare nessuno. Eppure a volte uno sfogo ci vuole. Magari temporaneo e domani andrà meglio, ma intanto bisogna che questo sentimento esca fuori. Se rimane dentro cresce, si espande e non ti fa più vivere in pace.

Adesso voglio solo concentrarmi ad essere felice e serena, perché è la battaglia mia e della mia piccola. Ci aspetta un gran lavoro tra qualche settimana e voglio essere al top.

Come finirà tutta quest’avventura? Lo scopriremo solo vivendo… sperando mi facciano vivere in pace e tranquillità.

Piccola mia, dobbiamo essere forti forti, tutte e due! Diamoci la carica!

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