Su Tiziana

Solitamente cerco di tenermi lontano dagli argomenti più cliccati e seguiti dal web. Ci sono già troppe voci e poi molte volte quello che vorrei dire lo dicono altri, quindi…

Questa volta sento il bisogno di dire la mia, potete leggerla o meno, siete liberi.

Come eravate liberi di non insultare Tiziana.

Io non la conosco, non seguo molto le mode del social di commentare qualsiasi cosa. L’ho conosciuta solo per gli ultimi fatti di cronaca, per il suo ultimo estremo gesto. Un gesto spiazzante, di una donna che non poteva più vivere la sua vita, la sua libertà. Ed ora tutti quelli che prima le puntavano il dito, sono diventati improvvisamente moralisti… oppure accusatori, sedicenti paladini del buon gusto, che pretendono di giudicare una persona per il suo passato. E dire che se l’è cercata.

Punto primo: una donna che ama il sesso non è una troia. Non necessariamente. Perché ci sono prostitute a cui il sesso non piace, ma per loro è un lavoro/sfruttamento.  Ma, udite udite, pare sia la scoperta del secolo: ad alcune donne PIACE fare sesso,  farlo in tutti modi, perché è divertente. Una scoperta che ha fatto impazzire un sacco di bigotti, soprattutto maschi (non uomini, questi non sono uomini), per quei morti di figa (scusate il termine) che hanno sbavato di fronte alle foto e al video amatoriale.

Un video che doveva essere PRIVATO.

E qui passo al punto due: non esiste più una sfera privata, ora è tutto social. Famiglia, lavoro, amici, tutto deve essere maledettamente condiviso e reso pubblico. Tutti devono sapere dove andiamo, cosa mangiamo, cosa facciamo, non esiste più il concetto di privato. Non è solo un fatto di privacy, ma proprio di sfera privata, assieme ad altre persone vere, reale. Ora tutti condividono sui social, su internet, tramite whatsapp ogni cosa. Come se ci fosse bisogno di urlare al mondo intero che esistiamo e facciamo cose. Ma perché poi? Perché abbiamo questa dannata voglia di postare in rete le nostre “imprese”? Vogliamo sentirci importanti, è l’unica spiegazione che riesco a darmi. Vogliamo essere conosciuti, vogliamo gridare al mondo la nostra esistenza, e per questo postiamo di continuo. Se abbiamo poi un discreto pubblico, questo desiderio si alimenta e si amplifica. E’ un sentimento tipicamente adolescenziale, non a caso i massimi fruitori dei social network sono proprio i teenagers. E con il web siamo diventati tutti teenagers che devono dire la loro opinione e spesso andare contro e criticare qualsiasi cosa, anche offendendo.

Io sono della filosofia vivi e lascia vivere, ma nei limiti del RISPETTO.

Punto tre: rispetto, questo sconosciuto. Non esiste più la concezione di rispetto. Tutti lo pretendono, ma nessuno è pronto a darlo. Rispetto per le scelte sessuali, per le scelte di vita, rispetto per noi come PERSONE, come esseri umani, abbiamo diritto ad avere la nostra libertà.  Anche libertà di sbagliare. Perché la povera Tiziana si fidava del suo “fidanzato” che l’ha filmata, ci ha creduto, e soprattutto, ha avuto la libertà di fare quell’atto per cui l’avete definita impunemente “troia”. Ha sbagliato a fidarsi, come ha sbagliato a fidarsi delle altre persone a cui ha fatto vedere il video, visto che qualcuno è stato talmente vigliacco da condividere con altri pezzenti un fatto PRIVATO, che doveva rimanere privato, e soprattutto ha violato il RISPETTO della ragazza. Perché poi? Perché fa i pompini, quindi è troia… Le ha mancato di rispetto, perché è una DONNA.

Punto quattro: siamo un paese di MASCHILISTI. Siamo nel 2016, nel XXI secolo, e la donna viene considerata ancora un oggetto inferiore da sfruttare. Non è una convinzione solitamente religiosa, ma anche culturale. Qui in Italia ci meravigliamo di come le donne vengono quasi nascoste secondo certi rami della cultura islamica, ma forse ci dimentichiamo che in alcuni ambienti italiani è ancora così! E anche parlo anche di ambienti di governo, nel lavoro, nella vita, la donna viene continuamente sminuita e le viene impedito di avere una vita come un nomale uomo. Una donna in carriera viene guardata male, perché non fa la madre. Oppure una donna che si dedica alla famiglia viene lo stesso criticata perché non può vivere solo per i figli. Qualsiasi cosa una donna faccia, sarà sempre e comunque criticata. Siamo troppo legati a una visione matriarcale della donna. La donna come madre e basta. E’ un fatto culturale che difficilmente verrà superato, soprattutto se lo stesso nostro governo promuove iniziative come il #fertilityday (l’orrore, l’orrore…) e si ostina a tagliare i fondi alla scuola e a tutte quelle attività che possono aiutare i genitori. Siamo tutti bravi a parlare di uguaglianza e diritti, ma qui vedo pochi fatti. Vedo donne che lasciano il lavoro perché non riescono a pagare il nido; vedo donne che lavorano perché il marito non lo trova e vengono comunque criticate perché non si dedicano alla famiglia; vedo donne relegate a ruoli minori oppure meno a seconda del loro aspetto fisico. Le quote rosa sembrano una presa in giro, se osiamo ribellarci a questi ruoli standardizzati veniamo additate ad isteriche acidelle… Ma possiamo essere quello che vogliamo? Possiamo avere il rispetto per essere persone, invece di cose?
Questa vignetta esprime esattamente quello che voglio dire:

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Un bruttissimo fatto di cronaca ha scatenato una valanga di reazioni, ma deve prima di tutto far riflettere. Non è difficile, è un sinonimo di PENSARE.

Prima di dire che “se l’è cercata”, mettetevi nei loro panni. E se fosse accaduto a voi? Perché bisogna per forza essere cattivi e commentare di pancia qualsiasi cosa?

E’ per questo che questa società fa schifo. Ci lamentiamo dei giovani che si vestono poco, che rispondono male, che sono maleducati, che filmano e condividono con gli amici… non è colpa del web. E’ colpa nostra, di tutti. Siamo noi che dobbiamo cambiare la società, con le azioni, con i gesti. Siamo noi che dobbiamo RIFLETTERE, STUDIARE, INFORMARCI.

Sono sempre convinta che la gentilezza salverà il mondo, ma se continuiamo a chiuderci e a credere solo a quello che ci fa comodo, come possiamo pretendere che il mondo migliori?

Prima di criticare, prima ancora di scrivere in quella maledetta tastiera, prima di condividere senza giudizio, pensate alle conseguenze, pensate al vostro odio…

L’odio ha mai risolto qualcosa? L’ignoranza ha risolto qualcosa?

Sono una misera sognatrice, una misera voce su un milione che devono dire la loro.

Forse non sarete nemmeno arrivati fino alla fine, forse avete visto che il post era lungo e vi stavo annoiando.  Ma se siete arrivati fino a qui, vi do un consiglio: pensate, informatevi, studiate.

E siate gentili.

Un pensiero a Tiziana, e un abbraccio alla sua famiglia.

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Come si fa ad essere una mamma?

Come si fa ad essere una mamma?

Una figura di riferimento per tutti, dal figlio, al marito, alle altre donne. Una che fa tutto, una che è sempre presente… abbiamo un concetto di madre come una divinità in grado di fare tutto.

Abbiamo tutti delle grandi aspettative nei confronti delle nostre mamme, tutti ne hanno avute da piccoli. Tutti guardavamo con occhi brillanti pieni di orgoglio la nostra mamma in qualsiasi cosa. Vedevamo come si destreggiava in cucina a prepararci i nostri piatti preferiti, osservavamo come attenta sceglieva la spesa e ci ricuciva il pantalone strappato. Vedevamo nei suoi occhi tutto l’amore del mondo che era rivolto solo a noi, piccoli bimbi pieni di dubbi. Ogni paura svaniva quando c’era la mamma, ogni dubbio risolto, ogni pianto consolato.

Mia madre, per esempio e molto modestamente, diceva: La mamma ha sempre ragione.

Mamma sa.

Mamma ti capisce.

Mamma ti ama.

Una volta, la donna riceveva un’educazione esclusivamente diretta per diventare madre. Non poteva essere altro, quindi le insegnavano le arti segrete della cura della casa, della cucina, dei figli. Una donna veniva cresciuta solo per quel ruolo lì, non poteva fare altro che fare quello. Che poteva fare di più un essere debole come lei?

I tempi fortunatamente sono cambiati, almeno per quanto riguarda i paesi occidentali. Ci sono mamme che lavorano e donne che decidono di non avere figli. Ognuna è libera di scegliere come vivere la propria esistenza, anche se verranno sempre giudicate in quanto donne. Su questo c’è ancora molto da fare…

Io sono diventata mamma nel marzo del 2015. Lo sono diventata tecnicamente, perchè non è scontato che subito dopo il parto automaticamente acquisisci quell’istinto materno che tanto decantano e lodano. Ti bombardano di concetti belli e impacchettati sull’essere madre, su quanto è naturale sia crescere il proprio figlio con amore e dedizione… ma nessuno osa dirti la dura verità.

Essere madre è come l’essere figlio: si cresce insieme.

Come il bimbo impara, anche la mamma lo fa. Si impara insieme, si cresce insieme, nella speranza di faro bene. E quando lo diventiamo, abbiamo solo un riferimento con cui fare paragone: la propria mamma.

La propria mamma, per contro, ha avuto un upgrade, passando da mamma a nonna. E quella madre che conoscevi severa e auritaria, si trasforma davanti ai tuoi occhi alla nonna che concede qualsiasi cosa. Un’altra persona in pratica. Quindi, l’esempio che avevi, o meglio che ricordavi, non è più valido, e bisogna farcela da sole, seguento però quello che sappiamo di nostra madre.

Ci mettiamo però molto del nostro, della nostra esperienza di figlie, di come vorremmo fosse stata nostra madre con noi… e si sbaglia, si sbaglierà tante volte. E diranno che stai facendo male, stai facendo bene… secondo me l’importante è riconoscere di sbagliare e di fare il meglio per loro, quei pargoletti che ci guardano con occhi innamorati. E fare il meglio anche per noi, perchè noi mamme dobbiamo prima di tutto essere serene. Se noi siamo serene, il bimbo è sereno, la famiglia è serena. Abbiamo un grosso peso sulle spalle, e spesso questa cosa ci spaventa, ci deprime, ci intristiamo… e a volte non riusciamo a fare tutto da sole. Dobbiamo imparare a chiedere aiuto, ad affidarci di più delle nonne, ma anche dei papà, dei nonni e anche degli amici, se necessario.

I ruoli famigliari si stanno evolvendo, stanno crescendo. Non esiste più una mamma, una matrona che ti protegge… esiste (o dovrebbe esistere) una comunità. E tanto amore, perchè solo con l’affetto cerchiamo di insegnar loro ad essere persone migliori di noi.

E quindi… come si diventa mamma, adesso?

Con gli sbagli, con i sorrisi e con amore.

Mi dispiace, altro non so… mi baso sulla mia esperienza, e sto provando con queste tre cose… speriamo bene! 🙂

 

 

Choosy

Giovani, non siate choosy.

Il ministro Fornero bacchetta i giovani italiani, definendoli “schizzinosi”, perché pretendono di fare il lavoro per cui hanno studiato.

Questa notizia ha scatenato le ire del web, soprattutto di giovani laureati che, per fare quell’esperienza necessaria per il mondo del lavoro, accettano di fare stage e tirocini gratis.

Credo che la signora Fornero abbia usato i termini sbagliati per i destinatari sbagliati. Lei dice di essere stata fraintesa, ma ormai deve essersi abituata. I giornalisti estrapolano solo quello che vogliono dai suoi discorsi, per comunicare un messaggio ambiguo che ognuno interpreta come vuole.

E “choosy” è un termine entrato nel vocabolario italiano (la corretta traduzione di schizzinoso è “picky”, ma ormai a nessuno interessa…).

Voglio soffermarmi solo su una breve riflessione. Vi chiedo: davvero i giovani sono choosy?

Prendiamo gli annunci di lavoro che si trovano su internet. Sono tutti rivolti ai giovani, lavori part time, promoter, hostess… ma guardandoli più da vicino troviamo l’inghippo. Quasi tutti chiedono giovani, in modo da poterli assumere come apprendisti (e quindi per avere le agevolazioni da parte dello Stato), ma chiedono sempre un minimo di esperienza.

“Cercasi apprendista con esperienza”.

Come può un giovane in cerca del primo impiego avere già una pregressa esperienza in ruoli analoghi?

Non dimentichiamoci quegli annunci che chiedono la giovane segretaria massimo ventiseienne, di bella presenza e senza vincoli famigliari… ah, e disponibile anche a trasferte.

Inoltre, i lavori di stage e tirocini, che dovrebbero essere i primi lavori ad essere offerti ai neolaureati, non vengono nemmeno pagati come dovrebbero. Perché uno stagista o un tirocinante non deve avere almeno un minimo (e dignitoso) compenso per l’aiuto che dà nell’azienda? E soprattutto, perché questi stage non vengono organizzati assieme alle università durante il percorso di studi? Sicuramente ci sono stage e tirocini del genere, non voglio dire il contrario, ma se uno si deve laureare entro i tempi previsti, per evitare di essere definito bamboccioni, come può fare un po’ di esperienza, se poi deve preparare gli esami in tempo?

Hostess, promoter… ci sono anche mille annunci del genere, ma, come lo sono i call center, sono pagati poco, lavorano tanto e se non vendono il prodotto sono fuori. E’ una giungla quella… spietata concorrenza tra colleghi per avanzare di carriere, che sono capaci addirittura di pestarsi i piedi tra di loro. Il lavoro diventa sciacallaggio di prima categoria.

Non solo i giovani non riescono a trovare lavoro. Se un trentenne, o un quarantenne, o anche cinquantenne, perde adesso il lavoro, trovarne un altro diventa un’impresa impossibile. E’ il personale perfetto per quegli annunci che cercano la pluriennale esperienza… peccato che le aziende li vogliano giovani!

Non è che il lavoro non c’è, ma le aziende impongono delle condizioni davvero assurde, vorrebbero personale già pronto. Non vogliono insegnare il mestiere, forse pensano che usciti dall’università i giovani sono pronti e impacchettati per lavorare senza commettere errori? E se per caso si presenta uno non proprio giovane, lo guardano storto, perché costa di più, e deve imparare di nuovo… Come guardano il giovane che si presenta insicuro e senza esperienza…

Un po’ sono anche i nostri genitori, che ci hanno sempre inculcato che se vai all’università troverai un ottimo lavoro, di non accontentarsi del primo, ma di migliorare sempre. Studia che andrai lontano…

Peccato che ora ci siano tantissimi laureati disoccupati e le aziende chi cercano? Quelli diplomati in indirizzi tecnici!

E’ un serpente che si morde la coda… e noi stiamo colando a picco.

Gentile Ministro… non è che sono anche le aziende stesse ad essere un po’ choosy? Non è che l’università ci ha fatto diventare così? Vogliosi di avere il posto tanto ambito per cui abbiamo speso anni e anni di studi?

Tutto il sistema è diventato choosy. Complimenti.

Confessioni

Non parlerò di libri, questa volta. E’ uno spazio per me, per riflettere, per condividere alcuni pensieri.

Ho passato la serata a pensare come scrivere questo post, se ne valeva la pena o meno. Mi sono censurata parecchie volte, ho cancellato grossi parti di polemica, e tutto sommato è meglio non parlare proprio male male di un evento così importante per la mia vita.

Sposarsi, in fondo, è una bella cosa. Due persone che si amano decidono di creare una famiglia. Le istituzioni, dalle più antiche ad oggi, riconoscono l’unione e così si crea un nuovo nucleo per nuovi individui. E’ una bella cosa, l’inizio di una nuova vita in comune.

Il matrimonio inizia in realtà con la proposta. L’uomo cerca di creare l’evento perfetto per dichiarare la sua volontà a creare con la sua donna la loro famiglia. E’ bello vedere come organizza i minimi dettagli, dalla cena al vestito e infine all’anello e alle parole per conquistarla. Nel momento in cui lei dice sì, dopo le lacrime e i baci (e quello che viene dopo…), lui ha finito la sua parte e passa la palla a lei.

Forse è meglio dire che lui è finito, perchè; da quel momento, il gioco lo conduce lei, che secondo il galateo deve preparare tutto il resto, credendo di organizzare la più bella festa della sua vita… o no?

Secondo quanto leggo e vedo in giro, il matrimonio è il momento in cui la donna diventa protagonista assoluta della scena, l’attrice principale del grande evento, dove il povero marito ricopre un ruolo marginale. Tutto ruota intorno a lei e alle sue decisioni sacre ed inconfutabili.

Questo è un bruttissimo stereotipo, a mio parere. Non trovo esatto dire che la sposa ha l’ultima parola su tutto. Le dinamiche poi sono diverse da coppia a coppia, ma credo sia bello organizzare quest’evento insieme, no?

Ammettiamolo, sposarsi in sè è una cosa semplice, bella e intima (o così dovrebbe essere). Una firma e voilà, siamo una famiglia a tutti gli effetti.

Invece tutto si complica. Perché tendiamo a festeggiare l’evento e i preparativi della festa prendono il sopravvento, facendoci dimenticare il vero significato di tutto questo.
Si festeggia la nascita di un nuovo nucleo famigliare, di una coppia che un giorno avrà dei figli… Non si dovrebbe perdere tempo a pensare a come reagirebbe tal parente a una tal cosa. Non si dovrebbe criticare la scelta degli sposi tra bomboniere e torta, perché anche loro hanno avuto i loro litigi e problemi a preparare tutto.

Forse sono solo io che la vedo come una serie di sfortunati eventi? Lo considero solo io il momento del totale abbandono?
Il momento in cui si mettono sotto torchio due persone? O meglio la sposa, perché è lei che decide quasi tutto…

Quello che vorrei è una cosa semplice, vorrei solamente l’esaltazione dell’amore che provo per colui che ha deciso di vivere la sua vita con me.
Invece non è così semplice, si complica sempre tutto per delle vere cavolate.
Chiunque ruoti attorno alla coppia non dovrebbe criticare a prescindere una loro scelta, bensì comprendere i loro gusti, la loro sensibilità… È il loro matrimonio, la loro festa. Quello che conta è la felicità del momento, non il colore dei fiori o la forma delle bomboniere. Certo, quelle scelte possono essere discutibili, ma credo che la gente non dovrebbe attaccarsi al contorno della festa, ma vedere il motivo della festa: i due sposi.
La loro felicità sarà il regalo più bello da mostrare ai propri invitati. È questo quello che conta.
Noi saremo felici.

29 febbraio

Una data così accade una volta ogni 4 anni. Come le Olimpiadi, come i Mondiali, come gli Europei…

Il 29 febbraio è una data anomala, è uno dei giorni più lunghi dell’anno, nel senso che non passa un attimo… Allunga Febbraio, il mese più corto del calendario, il mese del Carnevale e San Valentino, dello scherzo, della pazzia e dell’amore.

E’ il giorno in più che tutti volevamo, ma che nessuno ha sfruttato.

Il 29 febbraio è un giorno che non esiste per quattro anni, che ritorna e si ripropone come se niente fosse successo, ma qualcosa effettivamente succede: esiste per un giorno e poi sparisce, nascondendosi dietro Marzo pazzerello, facendo tornare tutto alla normalità.

Sembra un giorno come tanti altri, noi lo percepiamo così, ma è inquietante, perché allunga inevitabilmente il modo di percepire le cose. Noi sappiamo che c’è un giorno in più all’anno, non ci facciamo tanto caso, ma in fondo sentiamo che questo giorno è più lungo del normale, il mese è più lungo e di conseguenza anche l’anno diventa più lungo, interminabile…

E’ il fascino dell’anno bisestile, l’anno in cui (dicono) non ci si deve sposare perchè porta sfortuna, un anno misterioso e magico, proprio per quel 29 febbraio che campeggia sul calendario.

In questo giorno particolare, Google ricorda Gioachino Rossini, di cui oggi è il 220° anniversario della nascita, dedicandogli un doodle con delle rane. Cosa c’entrano le rane?

Riporto qui sotto la spiegazione dal sito Trading On line free (clicca qui per l’intero articolo):

“Google ha scelto i ranocchi anche per rendere omaggio al 29 febbraio, “anno bisestile” infatti in America si dice “leap year”, “to leap” significa “saltare” e le rane negli States, come in Inghilterra, sono un simbolo degli anni bisestili.”

La giornata di oggi, proprio per la sua peculiarità, è stata scelta come giornata mondiale delle malattie rare (maggiori informazioni  qui e sul sito http://www.uniamo.org/).

E oggi è anche il giorno dedicato alla memoria degli italiani rapiti all’estero: #freeRossellaUrru #freeFrancoLamolinara #freeGiovanniLoPorto#freeMariaMariani #freeBrunoPellizzari #freeLorenzoBonaventura sono gli hashtag su Twitter a loro dedicati e ai quali gli utenti danno supporto.

 

E’ un giorno come tanti altri, ma allo stesso tempo non lo è…

Voci precedenti più vecchie

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